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Il romanzo Tokyo Soundtrack di Furukama Hideo

La magia della giovinezza contro “la ripetitività assoluta, la costrizione” della scuola e della vita adulta.

by Francesco Pacifico

La bandella non poteva non citare la parola “distopia”, immancabile in quei romanzi di oggi scritti nella paura della catastrofe climatica, economica e totalitaria; ma Tokyo Soundtrack è molte altre cose, ed è un romanzo del 2002. La Tokyo di Furukawa - “una membrana asfissiante”, “un’isola di calore” dove gli abitanti provati dalla crisi scrivono sui muri “Gloria all’imperatore, via gli stranieri!” - arriva dopo centocinquanta pagine: i due giovani eroi cominciano l’avventura su certe remote isole giapponesi durante gli anni Novanta.

@chris jongkind

Touta e Hitsujiko sono due trovatelli da favola, e come in un manga hanno talenti eccezionali: lui per la sopravvivenza, lei per la danza. Il libro si apre con un doppio naufragio che li porta per vie diverse, appena diventati orfani, in un’isola all’apparenza disabitata. Da lì parte una progressiva riscoperta della civiltà, che ha come seconda tappa una comunità isolana ancora traumatizzata dall’occupazione americana della seconda guerra mondiale. L’avventura continua poi nel ventunesimo secolo, in una Tokyo militarizzata fatta di zone segregate o autosegregate, di bande di bestie o senzatetto, di milizie private finanziate con le vincite alla lotteria. Qui i due ragazzi non vivono il loro romanzo di formazione, piuttosto una surreale e appassionata battaglia all’età adulta.

@kentaro takahashi

Hitsujiko balla da sempre, per ritrovare quell’emozione del vuoto che ha provato quando la madre si è lanciata da una nave stringendola a sé. “Sentiva con tutto il suo essere la pulsione di morte del mondo. Ecco perché aveva cominciato a muoversi ed era intenzionata a scoprire l’essenza stessa del movimento”. Davanti alla società conformista e violenta degli adulti pensa: “Questo mondo è insopportabile, io lo distruggerò con la danza!”.

" Questo mondo è insopportabile, io lo distruggerò con la danza!"

È un libro che si fa spesso allegoria, e non è sempre chiaro il rapporto tra lettera e simbolo: “Nello spirito di quel ragazzino, nella sua sensibilità, la musica era stata ridotta al silenzio e sepolta sotto un enorme macigno. La musica era morta.” Si leggono dialoghi telepatici del tipo: “Sei stata tu a uccidere la musica?” “L’ho distrutta nella gioia”. Il tema centrale è la magia della giovinezza contro “la ripetitività assoluta, la costrizione” della scuola e della vita adulta.

@chris jongkind

Pur servendosi di tanti generi di narrativa di consumo, Tokyo Soundtrack è impossibile da consumare come un divertimento di genere perché tutto è portato al parossismo. In tanti quadri elaborati, come pale d’altare, trionfa una stranezza anti-narrativa. Tra le altre cose, c’è un corvo che impara a parlare guardando film girati da giovani trans. La sua educazione è una di queste lunghe stranianti scenette. Leni, l’addestratore, è un libanese del Giappone cui “bastava ritenersi una ragazza perché tutti lo considerassero come tale. Non più un lui ma una lei. Aveva acquisito una tecnica speciale, o piuttosto un potere formidabile. La sua coscienza controllava la sua aura”.

Hitsujiko invece crea un esercito di ragazze ribelli che danzando spezzano e ricostruiscono il tessuto sociale seminando il panico tra i genitori perbenisti. C’è Yuko, che “favoriva nelle giovani neo-danzatrici l’apprezzamento della cultura del ritardo come metodo per evadere dai problemi dell’adolescenza”. Fuyurin vuole salvare le ragazze che hanno la “mania di tagliarsi i polsi”.

Qui i ragazzi educano gli adulti e cambiano la società: fa venire in mente, oggi, la battaglia mediatica dei liceali sopravvissuti alla sparatoria di Parkland, in Florida, che stanno diventando protagonisti del dibattito sul possesso di armi da fuoco in America. In Tokyo Soundtrack, la magia che i ragazzi portano nel mondo trionfa sulle più prosaiche richieste del mondo adulto. Gli adulti in questo libro sono oppressi, battuti, modesti.

Questa favola sconcertante, che mette alla prova il modo in cui una mente occidentale affronta una storia, è resa ancora più gustosa dalla poca circolazione di questo libro in Occidente, e dalla fortuna dunque di poterlo leggere, nella sua follia, come qualcosa che ci rimane del tutto alieno nonostante sia assemblato a partire da quelle grammatiche dell’intrattenimento che interiozziamo ogni sera dalle piattaforme dell’intrattenimento in streaming.

(Questo articolo è uscito originariamente su Repubblica, che ringraziamo)

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