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Le infinite anime di Masaaki Yuasa

Le sperimentazioni senza fine di un regista che, un film dopo l'altro, sta disegnando il suo personale tentativo di far progredire il mondo degli anime

by Giacomo Donati

Benché rappresenti uno dei più immediati biglietti da visita del Giappone in tutto il mondo, e forse anche uno dei motivi per cui molti in occidente si sono avvicinati alla sua cultura, dell’animazione giapponese il pubblico internazionale conosce solamente pochi nomi: addirittura, senza esagerazioni, si può affermare che la maggior parte di chi consuma anime conosca unicamente nome e cognome di colui che è stato etichettato - un po’ semplicisticamente - il Walt Disney d’Oriente, vale a dire Hayao Miyazaki, cui vien fatto di associare talvolta il suo altrettanto grande compagno di avventure di lungo corso, recentemente mancato - Isao Takahata.

Spingendosi man mano nei territori occupati dagli appassionati del genere, qualcheduno emerge dal limbo, ma ancora pochi sono i registi che si sono imposti nella memoria collettiva.

Uno di questi, Mamoru Oshii, direttore della trasposizione cinematografica della serie Ghost in the Shell, da anni si è allontanato dall’ambito degli anime, per dedicarsi alla regia di produzioni dal vivo, mentre un altro grande, capace di raggiungere una diffusa notorietà anche fuori dai ristretti confini dell’arcipelago giapponese, Satoshi Kon, autore di film di culto come Paprika o Tokyo Godfathers, avrebbe avuto ancora molto da dire tramite l’animazione (un suo film è ancora in fase di lavorazione e alla ricerca dei fondi necessari per essere completato), se non fosse stato stroncato prematuramente da un male incurabile.

In questo panorama spoglio, per non dire desolato, un uomo dotato di un tratto e di una visione molto speciali merita di essere scoperto, dopo essersi fatto strada prima fra gli addetti ai lavori, poi fra gli appassionati e, ultimamente, anche fra i meno smaliziati: Masaaki Yuasa.

Dopo essersi formato agli inizi degli anni ’90 da animatore con produzioni relativamente tradizionali - come la popolare serie Chibi Maruko-chan - Yuasa ha rapidamente asceso tutti i gradini del mondo dell’animazione, affermandosi già alla fine del decennio come uno degli animatori più innovativi nel settore, grazie a cortometraggi come Noiseman Sound Insect e Cat Soup, fino ad arrivare ad una prima consacrazione con il lungometraggio Mind Games, che lo ha fatto per la prima vota conoscere al grande pubblico.

Da allora in poi, contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, lo stile di Yuasa, anziché definirsi e modellarsi verso una maniera facilmente riconoscibile, il c.d. marchio di fabbrica, magari per compiacere pubblico e produttori, si è al contrario evoluto in una molteplicità di forme e di linguaggi, con produzioni eterogenee, eppure tutte fortemente connotate da una visione indubbiamente unica.

Una piccola carrellata non può che rendere bene l’idea:

Mind Games (2004) è un trip straordinario di un'ora e mezza, infarcito di invenzioni memorabili e caratterizzato, nelle parole del regista medesimo da "un'estetica selvaggia e disomogenea".

Dopo aver imposto al pubblico la sua maniera di fare anime, Yuasa affronta una serie televisiva dai toni nettamente più cupi, Kemonozume (2006)

cui seguono ulteriori lavori molto sperimentali, che iniziano a fissare con forza alcuni elementi fondamentali dell'estetica di Yuasa, Happy Machine e Kaiba, entrambi del 2008, sino alla serie The Tatami Galaxy del 2010, nella quale il suo estro creativo raggiunge nuove vette ai limiti dello psichedelico

seguita a sua volta dalla geniale serie Ping Pong, tratta dall'omonimo manga di Taiyo Matsumoto, con la quale Yuasa adopera nuovi interessanti espedienti per trasporre le atmosfere del fumetto in animazione.

La consacrazione arriva con i due suoi ultimi lungometraggi, entrambi del 2017, il primo dei quali, The Night is Short, Walk on Girl, rappresenta uno sviluppo più maturo del lavoro portato avanti con The Tatami Galaxy

mentre il secondo, manifesto omaggio a Ponyo sulla scogliera di Miyazaki, è considerato ad oggi il suo lavoro più mainstream, pur mantenendo intatta, a ben vedere, le peculiarità della sua visione.

L’ultima produzione, Davilman Crybaby, oltre ad allontanarlo ancora una volta dalla sua precedente produzione, che aveva fatto temere per una svolta più commerciale di Yuasa, segna invece un ennesima piroetta, l’ultimo esperimento fin qui - in attesa di vedere cosa riserverà il futuro - di un poliedrico artista con una vena creativa davvero fuori dal comune.

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  @NAN_BAN_

Every Japanese design gem you always wanted to find*
(*but were afraid to ask)